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hair saloonL'AVVOLTOIO. Delitti all'alba della scrittura. Un matrimonio controverso, una serie di fatti sanguinari, un testamento smarrito: eventi privi di connessione tra di loro che si susseguono senza lasciare respiro....

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Forte come la morte

«Ma come del mattin la figlia, l’alma dalle dita di rose Aurora apparve»… I versi emersero nitidi nella mente di Margit, interrompendo la tempesta di pensieri che le artigliava furiosa l’animo.Rivide come fosse stato il giorno prima, ed erano passati anni, i tratti arcigni e severi del suo vecchio professore di Latino e Greco addolciti da una reale commozione.

Nell’aula provvisoria della neonata Sezione “Ginnasiale–tecnica” del Liceo Ginnasio “Dante Alighieri” di Trieste, gli occhi color ghiaccio di quell’uomo solitamente austero e privo di manifeste emozioni si scioglievano senza pudore nel declamare con enfasi gli esametri di Omero che narravano dell’amore tra Calipso e Ulisse.

L’algido chiarore che in quel momento si affacciava incerto dalla minuscola feritoia della cella non le offrì, però, il conforto misericordioso di una qualche tonalità rosea o calda: era una luce cruda, grigia e livida come il suo bel volto di giovane donna seduta rigida e composta sul bordo della scomoda branda di legno.

A venticinque anni è difficile, quasi una bestemmia contro natura, accettare l’idea che quello cui si sta assistendo è il sorgere dell’ultima alba che ci sarà concesso di vedere. Eppure, da lì a poco, sarebbero venuti a prenderla e la sua breve vita avrebbe valicato gli abissi del nulla.

Un brivido le zampettò maligno lungo la schiena. Figlia di genitori giuliani nelle cui vene, però, scorreva profonda un’incrollabile fede asburgica, Margit aveva accolto con l’entusiasmo della gioventù la proposta di servire Sua Altezza, l’Imperatore Francesco Giuseppe, come Agente nei Servizi Segreti, qualifica altisonante per definire il subdolo e spregiato mestiere di spia.

Pur nella piena consapevolezza che una corda stretta al collo, una pallottola nel petto o una pugnalata nella schiena sarebbero state il suo destino più probabile, tuttavia non aveva esitato nella scelta, convinta di agire per il bene della Patria. Nulla di più romantico, poi, del morire come una delle eroine dei suoi romanzi preferiti o dell’epica antica!

Anche adesso, infatti, in quella trepida attesa della fine, non era la certezza della morte a macerarla e straziare il suo intimo nell’angoscia, bensì il tragico pensiero che il nemico che l’aveva scoperta era stato proprio l’uomo di cui si era innamorata a prima vista.

Nell’immenso e scintillante salone da ballo, un folle tripudio di specchi barocchi e lampadari di fine cristallo, in mezzo allo sbocciare di sontuosi abiti da sera di lucido raso e di uniformi di gala dalle innumerevoli fogge, corolle variopinte intrecciate nelle complesse armonie delle danze, quell’ufficiale di cavalleria dall’aria timida e trasognata, le maniere affette da una leggera goffaggine, spiccava come un alto girasole arancione in un verde prato di bianche margherite e papaveri rossi.

Il cervello aveva subito suggerito a Margit che quell’uomo che cercava di mimetizzarsi in un angolo sarebbe stato la vittima ideale per raccogliere le informazioni di cui aveva estremo bisogno l’Alto Comando Austriaco per stilare i piani operativi della Strafexpedition, la “Spedizione punitiva” destinata a vendicare il tradimento dell’ex’alleato.

Il suo cuore, al contrario, era trasalito ebbro di speranza, folle di gioia come l’assetato in vista dell’oasi, strappandole un gemito di fisica disperazione nel rammentarle: «Somiglia agli dei che hanno dimora nel cielo infinito. Oh, se potesse un uomo così essere detto mio sposo».

In un respiro, lo spirito aveva compreso che era l’Amore. Di quella sera aveva annotato nel diario dell’anima ogni particolare, miniandolo con scrupolo certosino: dal primo approccio “fortuito” al buffet al tiepido bacio tremante che, immersi nell’oscurità complice del parco della villa, era stata quasi costretta a rubare alla ritrosa inesperienza del suo cavaliere.

Il capitano del 3° Reggimento “Savoia Cavalleria” Altiero Galeotti si guardò allo specchio un’ultima volta, controllando che i bottoni metallici della divisa fossero allineati perfettamente. Il riflesso impassibile gli restituì, oltre a un’uniforme impeccabile, l’immagine seria di un giovanotto di ventotto anni, il fisico temprato dall’esercizio all’aria aperta, l’aspetto piacevole, l’espressione ingenua del cucciolo che ispira tenerezza.

Dietro la maschera da innocuo micino, tuttavia, si nascondeva ben altro: un leopardo astuto e vigile, pronto ad azzannare la preda troppo incauta. Sistemando una decorazione verde già esattamente allineata alle altre, pensò agli occhi da gazzella della sua ultima vittima, una giovane spia austriaca che, ostentando un trasporto amoroso nei suoi confronti, l’aveva avvicinato per cercare di carpire preziosi segreti militari.

Gli scorsero davanti agli occhi balli spensierati, cene romantiche, passeggiate al chiaro di luna, intanto che nelle orecchie si dipanava una sinfonia di risate tintinnanti come gioielli di ghiaccio, di veementi frasi di amore e di sospiri rauchi appassionati prima che lui la addentasse alla gola. Un altro successo nella sua fulgida carriera.

Scosse deciso la testa come aveva fatto il colonnello De Amicis quando gli aveva chiesto di poter comandare il plotone d’esecuzione. Margit lo rivide quando, scortata da due silenziosi soldati e seguita dal cappellano che mormorava giaculatorie di suffragio, uscì nel cortile della fortezza. Ebbe un sussulto nel petto: com’era bello!

La schiena dritta, inespressiva come un automa, si lasciò condurre docilmente di fronte al muro che segnava il termine della sua esistenza. Chinò la testa ricevendo l’ultima benedizione e respinse con un lieve cenno della fronte la benda che una delle guardie le porgeva con ruvida galanteria. Guardò dritta davanti a sé i dodici soldati e il sergente alla loro sinistra, immobili a nemmeno dieci metri di distanza, i fucili a pied’arma.

Non si accorse del mormorio inquieto tra i militi e del viso stralunato del sottufficiale: le parvero figure indistinte, un’unica macchia verdastra. Il capitano Galeotti si avvicinò a passi lenti, fermandosi al suo fianco. Uno sguardo rapido come il fulmine, dapprima stupito, poi immenso quanto l’eternità, li congiunse.

«Plotone, Attenti!… Plotone, Bracc’arm!». La voce di Altiero risuonò secca nel silenzio dell’alba mentre sguainava la spada e si metteva in posizione di saluto. «Plotone, Puntate!… Mirate!». Margit chiuse le palpebre. Sospirò. Il momento era giunto. Sentì una mano ferma e calda stringere la sua, più gelida della neve. Non le importò più di morire. «Fuoco!».

…perché forte come la morte è l’amore.

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